“Un amore più forte della guerra”

Intervistatore Data intervista Intervistato Età intervistato Protagonista della memoria
Kostantinos Zefkilis novembre 2016 Antonio Chisté Mario Chisté

Mio padre si chiamava Mario, nacque nel 1897 a Sarche, in territorio austroungarico, da un’umile famiglia di contadini. Mi raccontò che all’età di 18  anni, quando scoppiò la guerra nel 1915, venne chiamato alle armi e mandato al fronte a combattere contro i russi, per l’impero austroungarico. Lui che non si era mai allontanato da Sarche, al massimo arrivava fino a Ceniga per trovare parenti e sua cugina Giulia di cui era segretamente innamorato, di colpo si ritrovò in Crimea dove tutti parlavano una lingua incomprensibile. Gli diedero una divisa e un fucile, lo fecero entrare in una trincea scavata nella terra e gli dissero che doveva sparare a quelli di fronte. Lui, insieme a tanti altri ragazzi giovani e spaventati, così fece. Prese la mira attentamente imbracciando il suo fucile fissò quell’uomo lontano di cui si vedeva soltanto la testa. Sparò e lo vide cadere istantaneamente. Trasalì “che io abbia ucciso un uomo? un uomo che non ha fatto niente di male?”. Buttò il fucile a terra e decise che non avrebbe mai più sparato contro nessuno; si tolse la maglia bianca che aveva sotto la divisa e uscendo dalla trincea sventolandola, si fece catturare dai nemici russi. “Meglio prigioniero che assassino” pensò. Così venne caricato sul treno e portato in Siberia, nel campo di prigionia, dove rimase per tre anni.

Il freddo, la fame, le malattie e i pidocchi facevano morire la gente ogni giorno. Per fortuna i russi erano corretti con i prigionieri, non gli hanno mai picchiati o maltrattati. Mio padre mi raccontava che di notte faceva così freddo che dormivano tutti ammassati per terra su assi delle assi di legno. C’era una stufetta con la legna e il papà si alzava per metterci dentro la legna e si toglieva la giacca per sventolarla sopra il fuoco e cadevano decine, centinaia di pidocchi. C’era chi moriva di pidocchi; erano così pieni che la pelle era tutta nera, completamente ricoperta di animaletti che succhiavano il sangue ed essendo già deboli per questo morivano. Un altro problema era la denutrizione; l’unico pasto era costituito da una zuppa di patate e rape e tanta acqua. Mio padre si metteva sempre in fondo alla fila al momento del pasto, perché patate e rape rimanevano sul fondo, così riusciva ad avere più patate e rape che acqua.

Alla fine della guerra i campi sono stati aperti e i prigionieri sono stati liberati. Tornarono a casa a piedi, con i carri, alcuni in treno, insomma con mezzi di fortuna.

Al ritorno a  casa, sua mamma non lo riconobbe da quanto era dimagrito e si spaventò, ma poi lo abbracciò, dalla gioia.

Durante la guerra la sua adorata cugina Giulia si era ammalata di tifo per le cattive condizioni di quei tempi e perse tutti i capelli, ma poi guarì e quando la guerra finì lei e Mario si sposarono ed ebbero tre figli.

Mio padre diceva sempre a noi figli che solo chi ha provato la guerra può capire  quanto si terribile.

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