“Profughi a Blansko” – Diario di Guerra

“E ora che ci facciamo vivi e che mettiamo penna, in carta, per riferire come abbiamo promesso la nostra odissea.

I giorni antecedenti alla nostra partenza furono pieni di terrore per i continui ordini che venivano affissi dai comandanti della fortezze circostanti nei quali venivano imposte pene severissime contrarie a chiunque avesse azzardato parlare male o avesse avuto intenzioni contrarie, giorni di trestezza ed ansia perchè ad ora avvanzata fra le tenebre della notte (la luce elettrica era sospesa) si vedevano le ombre dei primi fuggiaschi dei paesi più vicini al confine che coi loro fardelli e quel poco che potevano prender seco, mesti e silenziosi s’avviavano nell’interno.

Eran vecchi, donne, ragazzi. I primi spingevano una carozzella con le masserizie, le donne portavano in braccio i loro bambini, i ragazzi portavano seco la piccola gabbia degli uccelletti e qualcuno delle galline. Noi a queste scene si trasognava e la realtà si convertiva in un’illusione. Poche ore ancora e venne l’ordine dell’evaquazione anche per gli abitanti di Arco. Rassegnati allo svolgersi delli avvenimenti nascondemmo quello che si potè e coi soli abiti che indossavamo ci portammo sulla piazza, dove un convoglio formato con carri trainati da buoi, ci attendeva. Era il 26 maggio 1915 ore 6.30 pomeridiane. Il celo d’un limpido azzuro ci sorrideva mostrando ancora una volta l’orrizzonte frastagliato dalle pittoresche montagne. Il canone incominciava a far sentire i cupi boati. Saluti, strette di mano, qualche lacrima sul volto sei vecchi ed il convoglio si avviava alla volta di Trento.

Lungo la strada un continuo via vai di autocarri militari che con corsa sfrenata rasentavano le gambe dei poveri fuggiaschi, portavano munizioni e vettovaglie. Noi si comentava e ognuno diceva la sua, proffetizzando l’avvenire e prevvenendo maltrattamenti. La notte si avvanzava ed alle 12 si conteggiava il romantico e pittoresco lago del Castel Toblino, fiancheggiato da maestosi pioppi che alla leggera brezza muovon le foglie con leggero fruscio come anch’essi volessero salutare i disgraziati fuggiaschi.

Verso le 3 si arriva a Vezzano, i carri sostano. Si picchia alle porte per domandare un tazza di caffè nero che fortunatamente (sebbene scarso di zucchero) si ricevette. Intanto si poteva vincere il sonno che assieme alla stanchezza s’impadroniva delle nostre forze. Mi dimenticavo di accennare che uomini e giovanetti dovevano fare la strada a piedi. Dopo due ore partenza, e dopo diverse serpentine alla strada arriviamo al Buco di Vela stretta da due catene di monti, sbarrata da forti reticolati e guardata da un posto militare; la strada incomincia a discendere e si presenta il panorama di Trento, che presto raggiungeremo. Ivi un gran movimento di fuggiaschi di tutte le vallate che con lunghi convogli merci venivano trasportati verso dove? Nessuno lo sapeva. Noi avevamo deciso di trasportarci nella valle di Non dove dei parenti ci attendevano e ci avrebbero dato alloggio. Ma il pensiero di una nuova evaquazione , la spese che si andava in contro ed il vedere altri parenti partire per l’interno ci spingeva anche noi a scegliere quest’ultima via. Dai giardini di Piazza Dante dove eravamo sostati ci siamo avviati alla stazione e salimmo in un vagone bestiame. Il convoglio formato di altri 50 vagoni con circa 1500 profughi, s’avviava verso le 7 pomeridiane del 27 maggio. Si viaggiò tutta la notte, in qual maniera si può immaginare e si arriva a Insbruch. Qui tutti gli uomini da 18 ai 50 anni devono scendere e passare una visita da una commissione militare trattenendo coloro che sembrano a loro utili. Fortunatamente noi si potè sfuggire e ritornare nel vagone. Fu con questo agire che molte famiglie rimasero prive per molti mesi di notizie dei loro cari, perché né gli uni né gli altri sapevano dove andavano a finire. Parte il treno costeggiando il fiume In e si entra nel Salisburghese, fra monti piani e laghetti, passiamo parte dell’Austria Superiore e attraversando il Danubio arriviamo a Linz. Qui vien distribuita una minestra con brodo ma mancano i recipienti per riceverla. Uno di noi corre in città fa acquisto di alcune scodelle di ferro smaltano e queste ci servivano anche nelle prossime stazioni. Dove ci condurranno? Forse in qualche precipizio? Per disfarsi di tanta  gente inutile? Cosa faranno di noi? Il treno fila, si attraversa gallerie nella quali ci soffoca il fumo, poiché i portoni dei vagoni dovevano tenersi aperti per il caldo, sulle svolte quasi a cerchio fra lo stridar dei freni si presenta la coda del lungo convoglio e le faccie pallide ed annerite dal fumo dei ragazzetti appoggiati a dei tavoloni di difesa, guardano estasiati i continui cambiamenti di panorama. Entriamo nella Boemia e si arriva ad Budweis città industriale due ore di fermata. Assetati entriamo in una birreria e ci accorgiamo che abbiamo a che fare con altra nazionalità, non più tedeschi ma Boemi ceche; lingua del tutto nuova ma più simpatizzanti per noi dei tedeschi. Di nuovo partenza e curiosi di vedere le linee ferroviarie che percorriamo si sfoglia un orario e dai nomi delle città, uno più strambo dell’altro, ci accorgiamo che anche la Boemia non è destinata per noi e dopo parecchie ore si mostra ai nostri occhi, lo Spielberg, piccola altura, ma grande pe’ suoi ricordi, perché nell’animo di ogni italiano, fa ricordare la prigionia di Silvio Pellico. Siamo alla stazione di Bruna, capitale  della Moravia. Il sole d’un rosso rame, si nasconde dietro lo Spielberg e una leggera pioggia inumidisce e rinfresca la temperatura. Stanchi per il lungo viaggio, si fa scorrere il pesante portone del carrozzone e ci disponiamo per riposare. Senz’accorgerci il treno si mette in moto nuovamente, caso insolito perché dalle altre soste, ripartiva con un colpo brusco, da far capovolgere noi e qualche recipiente in ebollizione sopra una fiamma a spirito. Tutti dormono e russano;  dopo un’ora, il monotono rumore del vagone, si ferma. Una mano esterna da una spinta al portone e grida: Auff!! (alzarsi) sbigottiti ci guardiamo dattorno. E’ un gendarme che con fucile con baionetta in canna ci fa discendere; dove siamo? A Blansko cittadella di 4000 abitanti, a 24 km al nord di Bruna, sulla linea Bruna-Praga. Una folla di curiosi stava a vedere le bestie rare. La gendarmeria fa l’elenco dei nomi e la gente dei 3 vagoni staccati dal convoglio vien distribuita, parte in città e parte nei paesi limitrofi. Noi che potemmo fare da interpreti alla gendarmeria che parlava in tedesco ci lasciarono in città assieme ad altri di Trento. Il quartiere assegnatoci , dove eravamo in 32, consisteva in una sala teatro della “ Dielniki Dum” (Casa del lavoratore); un po’ di paglia il nostro giaciglio, ma che ci sembrava il miglior letto del mondo, per poter riposare le stanche membra dalle lunghe e noiose 72 ore di viaggio. In queste condizioni dovemmo stare per 15 giorni preparando ciascheduna famiglia, il cibo, con una macchinetta a spirito. Dopo quest’alloggio vorrei dire quasi peggiore dei soldati in campo, ad ogni famiglia, fu assegnato un quartierino discreto, naturalmente, il puro necessario, conforme il numero dei componenti la famiglia. Per noi (8 persone) ci venne assegnata una casetta abbastanza pulita, consistente in un piano; corridoio, camera, cucina e un piccolo ripostiglio ed un minuscolo cortile. Posizione, verso mezzogiorno, con tre ombrosi alberi davanti e un ruscello che dava il nome alla località:  Palava Horn (Palava Superiore). Dopo titubanze, ben presto di accativammo la simpatia di quella popolazione, che presa da compasione ci offriva, ciò che poteva offrire. Da qui ci affrettavamo a scrivere a Francesco, che si trovava in Galizia, notificandole il nostro indirizzo. La risposta a queste nostre però, si fece attendere undici lunghi mesi, nei quali si dubitava della sua sorte. Fu a ½ del Bolettino che veniva stampato in italiano a Vienna, per cura dei nostri deputati, (tenaci sostenitori d’italitanità), Degasperi e Conci, che si venne a sapere qualchecosa: nella rubrica posta dei prigionieri, Arco: trovammo: Famiglia Zamboni, Arco. Corrispondenza che a nostra richiesta, ci venne subito recapitata e che potemmo metterci subito in relazione. Le giornate si passavano meste e con attesa febbrile di notizie dalla Russia e da Arco. Un giornale, stampata in italiano, al quale eravamo abbonati , ci portava le notizie permesse dai comandi militari. I generi alimentari nei primi tempi non mancavano; la tradizionale Polenta, in quei paesi quasi sconosciuta, ben presto ebbe un commercio, forte tanto da farne diventare, in breve tempo, cosa rara. La stessa sorte, con le paste alimentari (cibo prediletto degli italiani) perché il fabbricante consegnava poi, in proporzioni minime. Più in avanti però tutte le porzioni vennero sempre più ridotte e dovemmo e dovemmo star bene attaccati alle patate che cucinate in ogni maniera possibile e immaginabile divenne il cibo reale dei poveri profughi. Immaginatevi che mensilmente  se ne consumava un quintale e averne trovate! Gli speculatori non mancavano mai ed i prezzi salivano a meraviglia. Per fortuna un buon negoziante che aveva un cuor generoso ci somministrava della farina bianca in più delle dosi stabilite dalla legge, bensì dietro pagamento ma non a prezzo da strozzino. I rigori della legge però venivano sempre più severi ed anche questo favore ebbe presto fine. Il tempo passava ed le visite militari continuavano a fare il suo turno, anche Giovanni venne dichiarato abile e nel 1917 in febbraio partì per Insbruch per le reclute. Di là fu mandato in Ungheria e incuadrato nel 35 reggimento fanteria composto di tedeschi e slovacchi. Di là in Galizia per 3 mesi poi per 17 mesi nella Romania occupata incorporato nei battaglioni formati di trentini ed istriani da quelle terre più tardo fu concesso di spedire alle proprie famiglie in cassettine di 5 kg farina e granaglie che si comperava a prezzi limitati. Fu una provvidenza per i poveri profughi che a quella maniera potevano ricevere da saziarsi. Dal solo battaglione nel quale era Giovanni spedivano settimanalmente  400 cassettine tutte dirette ai profughi famigliari, allora il nostro menù si cambiava.”

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *